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“Storie della bassa” di Maurizio Garuti con Vito

Vito, con i suoi monologhi, porta in scena un mondo. Il mondo della sua infanzia, le radici della sua maschera emiliana. I protagonisti sono donne e uomini padani, personaggi zavattiani legati alla terra e al buon cibo e quindi all’amore, simboli di quell’identità che parte da Bertoldo, passa per Zavattini e arriva fino a Fellini, quello di Amarcord.
Età diverse, generazioni differenti, esperienze con i segni delle stagioni sociali che si sono succedute con rapidi cambi di fondale in un’area geografica definita, la pianura bolognese. Dalla periferia urbana alla “bassa”, dalle ex-risaie alle colture in serra, dal lavoro a domicilio all’orizzonte della “globalizzazione”: praticamente, il teatro dove, negli ultimi 50 anni, è cambiato tutto. Ogni personaggio parla in prima persona, esprimendosi in una sorta di monologo che porta in luce frammenti autobiografici, evocando quadri di vita vicini e lontani nel tempo. Talvolta le ricette, ritrovate nei ricettari domestici, tramandati di generazione in generazione, vergati a mano come le pagine di un diario, sono rappresentate sul palcoscenico, come formule di un sentimento, come i suggelli metaforici degli affetti familiari. Dalla tavola parte una sequenza di ritratti a campo più largo, dove non è difficile scoprire il rimescolio di esperienze, di costumi, di linguaggi che ha segnato il paesaggio umano in questi ultimi decenni.

Ci sono storie vere e storie inventate; personaggi fantastici e personaggi reali. Tutti sono accumunati dall’essere surreali, dal vivere nel confine dell’assurdo, cresciuti dove la fame faceva fare i bambini e dove i circhi miseri di provincia erano costretti, durante le permanenze a cucinare i leoni che, essendo magrissimi, non sfamavano nessuno.
Uno spettacolo di atmosfere, che narra di un mondo che non c’è più, un universo surreale e affascinante, quello della Bassa che Zavattini amava descrivere con una riga, che quando c’è la nebbia diventa un tutt’uno tra cielo e terra.

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Domenica 5 Novembre - ore 21

Auditorium Conservatorio Campiani – Prezzo € 10.00 + diritti di prevendita

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Biografia Stefano Bicocchi (in arte VITO)

Stefano Bicocchi, in arte Vito, si forma alla scuola di Teatro di Bologna di Alessandra Galante Garrone; i suoi compagni sono Patrizio Roversi e Siusy Blady, con loro ed i gemelli Ruggeri parteciperà, col personaggio Vito, che era tutta mimica e senza parola, alla formazione del Gran Pavese varietà, spettacolo cult degli anni ottanta. Lo stesso gruppo approda in televisione dove segna la strada ai varietà comici televisivi degli anni a venire, con Gran Paese Varietà voluto da Gianni Minoli e poi Lupo solitario, Matrioska e Araba Fenice con Antonio Ricci e Mediaset. Attraversa il cinema proprio partendo da Fellini con La voce della luna iniziando per poi arrivare, negli anni a venire, a lavorare con i più importanti registi italiani. Vito da personaggio muto, passa negli anni novanta, con lo spettacolo Se perdo te alla parola; questo debutto, segna l’inizio di un lungo percorso teatrale, caratterizzato dal sodalizio artistico con Francesco Freirye come autore e Daniele Sala come regista, che lo porterà a calcare con successo i palcoscenici di tutti i teatri italiani. Nel 2010 l’incontro con l’Associazione Arte e Salute Onlus e il regista Nanni Garella